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Osteoporosi: un ladro silenzioso

Riabilitazione
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L’osteoporosi è una patologia sistemica dello scheletro, caratterizzata da una progressiva riduzione della massa ossea e da alterazioni della sua microarchitettura.

Queste modifiche compromettono la resistenza delle ossa, aumentando in modo significativo il rischio di fratture.

In termini più semplici, si tratta di una condizione che rende le ossa più fragili e quindi maggiormente esposte a rotture, anche a seguito di traumi minimi che, in condizioni normali, non causerebbero alcun danno. Le cosiddette “fratture da fragilità” rappresentano una delle principali complicanze dell’osteoporosi e costituiscono un problema particolarmente rilevante nella popolazione anziana.

Tra tutte, la frattura del femore è uno degli esempi più emblematici e gravi, con conseguenze spesso molto serie sul piano clinico, funzionale e sociale. Proprio per l’alta incidenza e il forte impatto sulla qualità della vita, l’osteoporosi deve essere riconosciuta come una vera e propria emergenza sanitaria e sociale, ancora troppo spesso sottovalutata.

Ce ne parla il dott. Walter Grassi, specialista presso Myolab e Villa dei Pini e professore ordinario di Reumatologia presso l’Università Politecnica delle Marche.

Il ladro silenzioso

L’osteoporosi è comunemente classificata in due forme principali: primaria e secondaria. Le forme primarie includono l’osteoporosi post-menopausale e senile, mentre quelle secondarie sono causate da un’ampia varietà di condizioni predisponenti (Tab.1).

Questa patologia è stata definita un’epidemia silenziosa. L’assenza di sintomi nelle fasi iniziali rende l’osteoporosi particolarmente insidiosa. Non sorprende che, così come l’ipertensione è stata soprannominata “il killer silenzioso”, l’osteoporosi venga frequentemente indicata come il “ladro silenzioso”. Questo termine rende bene l’idea di una malattia che agisce lentamente e senza rumore, fino a manifestarsi con una frattura improvvisa e spesso invalidante.

I numeri confermano la portata del fenomeno: oltre il 40% delle donne in post-menopausa andrà incontro a una frattura osteoporotica nel corso della vita, senza alcun sintomo premonitore. Inoltre, le conseguenze possono essere gravissime: a un anno da una frattura dell’anca, la mortalità si attesta intorno al 20%, un tasso sovrapponibile a quello del carcinoma mammario.

Ma il danno non è solo in termini di sopravvivenza. Circa il 40% dei pazienti che sopravvivono a una frattura osteoporotica riportano una disabilità tale da non riuscire più a svolgere in autonomia le normali attività quotidiane. Solo 2 persone su 5, colpite da frattura del femore, riescono a recuperare pienamente la propria autonomia funzionale.

Come avviene la diagnosi di osteoporosi?

Esistono due modi per scoprire di essere affetti da osteoporosi, ma solo uno è quello corretto.

Il primo, purtroppo ancora troppo frequente, è accorgersene solo dopo una frattura “insolita”, cioè provocata da un trauma minimo che, in condizioni normali, non dovrebbe causare alcun danno. Queste fratture, definite da fragilità, sono spesso il primo segnale evidente della malattia, ma arrivano tardi, quando il danno osseo è già significativo.

Il secondo, quello appropriato, è intercettare la malattia attraverso un esame densitometrico (MOC), prescritto in presenza di specifici fattori di rischio. Tra i principali: sesso femminile, età superiore ai 65 anni, terapia a base di cortisone, condizioni cliniche predisponenti o familiarità per osteoporosi.

La densitometria ossea è un’indagine semplice e rapida, con un’esposizione a radiazioni estremamente bassa. Tuttavia, non è un esame da eseguire indiscriminatamente: deve essere richiesta solo in presenza di indicazioni cliniche ben precise, valutate insieme al proprio medico.

In particolare, tutte le donne oltre i 65 anni dovrebbero sottoporsi a questa valutazione per poter identificare precocemente i soggetti a rischio, ai quali proporre un intervento mirato, sia farmacologico che non farmacologico.

È essenziale che siano seguite linee guida rigorose per evitare un uso improprio di esami diagnostici, soprattutto in soggetti privi di fattori di rischio reali. Solo così sarà possibile ottimizzare la prevenzione e migliorare l’appropriatezza delle cure.

Tre concetti da ricordare

Per prevenire diagnosi errate o sottovalutazioni, è importante distinguere correttamente tra osteopenia, osteoporosi e fratture da fragilità.

L’osteopenia rappresenta una condizione di ridotta densità ossea, ma non ancora sufficiente a rientrare nei criteri diagnostici dell’osteoporosi. Viene definita da un valore di T-Score compreso tra -1 e -2.5 deviazioni standard (DS). In questa fase, la gestione si basa principalmente su interventi non farmacologici, come miglioramento dello stile di vita, alimentazione equilibrata e attività fisica mirata.

Quando il T-Score scende sotto la soglia di -2.5 DS, si parla invece di osteoporosi conclamata. In questo caso, la fragilità dello scheletro aumenta in modo significativo, richiedendo un approccio terapeutico più strutturato.

Le fratture da fragilità – o fratture patologiche – rappresentano la complicanza più grave e temuta della perdita di massa ossea. Possono verificarsi in seguito a traumi minimi, insufficienti a causare una rottura in un osso sano.

Cosa rende così temibili le fratture dovute all’osteoporosi?

Tra le complicanze più gravi dell’osteoporosi, le fratture ossee rappresentano l’aspetto più temibile, non solo per le conseguenze cliniche immediate, ma anche per l’impatto a lungo termine sulla qualità della vita e sulla sopravvivenza.

Le fratture di femore sono considerate tra le più critiche: comportano una mortalità fino al 20% entro un anno dall’evento e, nel 50% dei casi, lo sviluppo di una disabilità con un rischio 2-3 volte maggiore di fratturare anche l’altro femore nell’arco dei 12 mesi successivi.

Le fratture vertebrali, sebbene meno letali, sono le più comuni tra quelle legate all’osteoporosi. Sono associate a dolore acuto e cronico, a un’importante riduzione dell’aspettativa di vita e a un significativo deterioramento della funzionalità motoria.

Oltre all’impatto sulla salute individuale, le fratture da osteoporosi generano anche un elevato costo sociale ed economico, legato alle ospedalizzazioni, alla riabilitazione e alla perdita di autonomia.

Le fratture da osteoporosi sono facili da diagnosticare?

La risposta a questa domanda richiede alcune precisazioni. Le fratture del femore e delle ossa lunghe, per la gravità dei sintomi che le accompagnano, sono in genere facilmente riconoscibili. Il dolore acuto, l’incapacità funzionale e l’evidenza clinica conducono rapidamente a un iter diagnostico e terapeutico adeguato. Lo stesso non vale per le fratture vertebrali che pur essendo molto frequenti, non vengono diagnosticate in oltre due terzi dei casi.

Tra le ragioni più comuni di questa mancata identificazione, vi è la convinzione errata che le fratture vertebrali siano un evento “normale” nell’anziano. Inoltre, la qualità tecnica spesso insufficiente delle radiografie convenzionali può rendere difficile il riconoscimento delle deformazioni vertebrali. Un ulteriore ostacolo è rappresentato dalla scarsa familiarità con strumenti diagnostici specifici, come lo score radiografico di Genant, che permette di classificare correttamente il tipo e il grado di frattura.

Qual è il significato clinico di una frattura vertebrale?

La presenza di una frattura vertebrale rappresenta un segnale clinico rilevante, indicativo non solo di una osteoporosi già avanzata, ma anche di un aumentato rischio di nuove fratture nel breve termine. Questo rischio non riguarda solo la colonna vertebrale, ma coinvolge anche altri distretti scheletrici.

Anche una frattura vertebrale di modesta entità non deve mai essere sottovalutata.

Al contrario, è fondamentale procedere a una valutazione approfondita non solo delle condizioni che ne hanno favorito l’insorgenza — come eventuali fattori ambientali— ma anche dell’intera strategia di trattamento.

Punti chiave da ricordare

Un approccio efficace alla gestione dell’osteoporosi richiede attenzione a diversi aspetti fondamentali:

  • identificare una possibile causa dell’osteoporosi, prima di iniziare il trattamento.
  • avviare un programma riabilitativo ed educativo del paziente finalizzato allo scopo di prevenire ulteriori cadute o traumi, senza limitarsi al solo trattamento farmacologico
  • la fisioterapia e l’attività motoria individuale o di gruppo, insieme ad una attenta supervisione da parte di personale sanitario qualificato, solo strumenti indispensabili per prevenire le conseguenze dell’osteoporosi.

Tab. 1 - Osteoporosi: quali sono i fattori di rischio?

  • Familiarità
  • Età avanzata
  • Sesso femminile
  • Menopausa precoce (prima dei 45 anni)
  • Amenorrea per periodi superiori a sei mesi
  • Ridotto indice di massa corporea (inferiore a 19 Kg/mq)
  • Impiego protratto di cortisonici e di farmaci osteopenizzanti (ormone tiroideo, progestinici, eparina, metotressato, antiacidi, alcuni farmaci antiepilettici, litio, tamoxifene)
  • Immobilizzazione protratta
  • Malattie endocrine (sindrome di Cushing, ipertiroidismo, iperparatiroidismo, ipogonadismo)
  • Malattie dell’apparato gastroenterico (sindrome da malassorbimento, epatopatie croniche)
  • Anoressia nervosa
  • Trapianti di organo

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