Disturbi alimentari: cosa sono e come si manifestano
I disturbi della nutrizione e dell’alimentazione (DNA) sono patologie complesse caratterizzate da comportamenti alimentari disfunzionali. Nella sezione «Disturbi della nutrizione e dell’alimentazione» la V° edizione del Manuale Diagnostico Statistico dei Disturbi Mentali (DSM-5) elenca sei categorie diagnostiche principali:
- Anoressia nervosa: rifiuto del cibo per paura di ingrassare, con drastica perdita di peso e distorsione dell'immagine corporea
- Bulimia nervosa: episodi di abbuffate seguiti da condotte compensatorie (vomito, lassativi, digiuno) per controllare il peso
- Disturbo da alimentazione incontrollata: abbuffate frequenti senza comportamenti compensatori, spesso associate a senso di colpa e aumento di peso
- Disturbo evitante o restrittivo dell'assunzione di cibo: evitamento del cibo per disinteresse, paura di soffocare o sensibilità sensoriali, senza focus sul peso
- Pica: consumo ricorrente di sostanze non commestibili (es. terra, gesso)
- Ruminazione: rigurgito volontario e ripetuto del cibo ingerito, che viene rimasticato, sputato o reingerito.
Come riconoscere i segnali d’allarme
I comportamenti tipici di chi soffre di un disturbo della nutrizione e dell’alimentazione sono: diete rigide, abbuffate, vomito, uso di lassativi e/o diuretici e intensa attività fisica per controllare e perdere peso. A ciò si aggiungono spesso anche stati d’ansia, depressione, irritabilità, sbalzi d’umore e isolamento.
I principali segnali da non sottovalutare includono:
- Ossessione per il controllo del cibo
- Eccessivo esercizio fisico
- Sensi di colpa dopo aver mangiato
- Oscillazioni di peso
- Pelle e capelli secchi, unghie fragili
- Freddo costante
- Ritiri sociali
- Parlare costantemente di cibo
- Oscillazioni di umore.
Come comportarsi con una persona che rifiuta di mangiare
È importante non colpevolizzare e non giudicare; cercare un dialogo evitando di discutere di peso, forma, cibo e diete ma mirare a comprendere gli stati emotivi e i timori, accogliendoli e rassicurando che ci possono essere risposte ai disagi riportati.
Cosa dire (e cosa evitare)
Quando si interagisce con una persona che soffre di un disturbo del comportamento alimentare, è fondamentale comunicare con attenzione ed empatia. Le parole possono diventare uno strumento di supporto prezioso, ma, se usate in modo inappropriato, rischiano di aggravare la situazione.
Ecco alcune buone pratiche da seguire:
- evitare commenti sull’aspetto fisico: anche se mossi da buone intenzioni, possono essere percepiti come giudizi e alimentare il disagio
- affrontare il problema con delicatezza ma senza rimandare: ignorare la situazione non aiuta, è importante mostrare disponibilità e ascolto
- non imporre comportamenti alimentari: forzare qualcuno a mangiare (o a non farlo) può generare conflitto e peggiorare il rapporto con il cibo
- riconoscere la gravità del disturbo: minimizzare può far sentire la persona incompresa e sola
- evitare di far leva sul senso di colpa: frasi come “lo fai soffrire” o “pensa a chi ti vuole bene” non aiutano e possono aumentare il senso di pressione e fallimento [1].
L’importanza dell’ascolto e della presenza: come incoraggiare la persona a chiedere aiuto
Stare vicino a chi affronta un disturbo alimentare vuol dire prima di tutto ascoltare davvero, con empatia, senza giudicare o fare pressioni. È importante comunicare in modo chiaro, accogliente e rispettoso, per creare un rapporto di fiducia in cui la persona si senta libera di parlare senza paura di essere criticata.
Offrire informazioni utili può aiutare, ma devono essere proposte con delicatezza, senza imporle. È essenziale rispettare i tempi e i bisogni dell’altro: il supporto deve accompagnare, non forzare. Chi aiuta, inoltre, deve prendersi cura anche del proprio benessere emotivo, perché solo mantenendo il proprio equilibrio potrà dare un aiuto vero e duraturo [2].
Quando è il momento giusto per parlarne
Riconoscere il momento di chiedere aiuto è fondamentale, soprattutto quando emergono sentimenti di smarrimento, dubbi o preoccupazioni legati al proprio corpo e all’alimentazione. Quando i pensieri su peso, forma fisica e cibo diventano ricorrenti e invasivi, generando sofferenza emotiva o fisica, fino a interferire con la serenità della vita quotidiana, è importante rivolgersi a professionisti specializzati per acquisire consapevolezza e intraprendere un percorso di cura efficace [3].
Come proporre il supporto di uno specialista
Nel caso dei disturbi del comportamento alimentare, rifiutare un percorso terapeutico è un comportamento comune, spesso legato a dinamiche emotive profonde e complesse. Questi disturbi, infatti, sono spesso egosintonici: vengono percepiti dalla persona come parte della propria identità e in sintonia con il proprio sistema di valori, emozioni e immagine personale. Anche chi è consapevole del proprio disagio può opporre resistenza al cambiamento, spinto dalla paura di perdere il controllo, dal senso di colpa, dalla vergogna o dall’incapacità di riconoscere la malattia.
In questa situazione, è fondamentale avvicinarsi con empatia vera, senza giudicare e senza minimizzare ciò che l’altro prova. Solo attraverso un ascolto profondo, rispettoso e non impositivo si può creare uno spazio sicuro, dove la persona inizi lentamente a fidarsi e a considerare l’idea di cambiare [4].
L’incontro con lo specialista è graduale in modo tale da permettere alla persona di percepire un senso di progressiva fiducia verso il professionista e il suo team.
Il ruolo della famiglia e degli amici nel percorso di cura
Nel trattamento dei disturbi alimentari, il supporto della famiglia e della rete sociale è fondamentale per il percorso di guarigione. Studi recenti hanno dimostrato che la qualità del rapporto tra genitori e figli può influenzare può influenzare in modo decisivo l’andamento della malattia, sia in positivo che in negativo. Per questo è importante che i genitori imparino a riconoscere i segnali di disagio emotivo, spesso sottili, che possono precedere l’esordio di disturbi come anoressia, bulimia o binge eating.
Adottare un atteggiamento empatico e non giudicante, praticare l’ascolto attivo, evitare il controllo eccessivo e curare la comunicazione non verbale (sguardi, tono di voce, postura) sono strategie efficaci per creare un ambiente familiare sicuro e accogliente, favorevole alla guarigione.
Anche gli amici hanno un ruolo chiave: un gruppo accogliente ed empatico può rafforzare l’autostima, facilitare l’apertura verso gli altri e ridurre il senso di isolamento. Al contrario, giudizi o confronti continui possono peggiorare il disagio.
Famiglia e amici, quindi, non devono limitarsi a osservare: devono diventare una presenza attiva e costante, capace di offrire supporto con sensibilità e consapevolezza [5].
Come costruire una rete di supporto
È importante che vi sia un’équipe di professionisti multidisciplinare per affrontare sia la fase di valutazione diagnostica sia la fase di trattamento.
Questa modalità permette di gestire la complessità del Disturbo Alimentare che può presentare comorbilità psichiatriche, internistiche e nutrizionali.
Il valore dell’educazione emotiva e del dialogo
Nel trattamento dei disturbi alimentari, educare alle emozioni e promuovere un dialogo autentico e non giudicante è essenziale. Insegnare ai bambini e agli adolescenti a riconoscere, esprimere e gestire le proprie emozioni fin da piccoli aiuta a costruire una solida consapevolezza di sé, che rappresenta una protezione contro molti disagi psicologici. Un ambiente familiare basato sull’ascolto empatico e sul confronto aperto offre uno spazio sicuro, dove i ragazzi si sentono accolti, compresi e supportati nei momenti difficili. Favorire una comunicazione che dà valore alla sofferenza emotiva, invece di ignorarla o minimizzarla, aiuta a costruire relazioni familiari sane, capaci di sostenere il cambiamento e il percorso di cura. Un approccio basato su empatia e ascolto non solo rafforza il legame tra genitori e figli, ma riduce anche il rischio di isolamento, vergogna e bassa autostima, spesso legati ai disturbi alimentari [6].
Il supporto specialistico offerto da Villa Margherita
In Casa di Cura Villa Margherita applichiamo un approccio integrato multidisciplinare multidimensionale, così da poter prendere carico i diversi aspetti internistici, nutrizionali, psicologici e psichiatrici. L’équipe è infatti costituita da più figure professionali con competenze psicologiche, psichiatriche, internistiche, infermieristiche e nutrizionali. Il percorso terapeutico è strutturato e ha lo scopo di affrontare i fattori scatenanti e di mantenimento della malattia, nel rispetto delle specifiche esigenze e problematiche di ogni singolo paziente. Il trattamento segue le indicazioni del Percorso Diagnostico Terapeutico Assistenziale (PDTA) della Regione Veneto e delle linee guida nazionali e internazionali. Il progetto di cura prevede il Ricovero Ordinario della durata di 3 mesi per i pazienti della regione Veneto e di 1 mese per pazienti di altre regioni e mira al miglioramento delle condizioni psicofisiche, attraverso un approccio riabilitativo a orientamento cognitivo- comportamentale e sistemico-relazionale.
[1] https://psicohumanitas.it/anoressia-bulimia-e-binge-eating-cosa-sono-i-disturbi-del-comportamento-alimentare-dca/
[2] https://www.centrolilac.it/blog/disturbi-alimentari-come-supportare-chi-rifiuta-la-terapia/
[3] https://www.opl.it/public/files/40697-Domande-ragazzi-e-risposte-psicologia-DNA.pdf
[4] https://www.centrolilac.it/blog/disturbi-alimentari-come-supportare-chi-rifiuta-la-terapia/
[5] https://www.frontiersin.org/articles/10.3389/fpsyg.2021.802567
[6] https://www.apa.org/topics/eating-disorders, https://www.who.int/
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