L’autolesionismo è un fenomeno in crescita, soprattutto tra adolescenti e giovani adulti.
Tagli, ferite, bruciature e altre forme di danno volontario al proprio corpo rappresentano spesso un modo per manifestare un dolore emotivo altrimenti indicibile. Si tratta di un comportamento complesso, ma affrontabile grazie a percorsi specialistici e integrati.
Cos’è l’autolesionismo
“L’autolesionismo è una forma di espressione fisica di un disagio psichico crescente”, dichiara il dott. Adolfo Bandettini, direttore medico dell’area psichiatrica del Gruppo KOS. Questo comportamento consiste in atti deliberati di autolesione non finalizzati al suicidio, come tagli, bruciature o percosse, spesso praticati su parti del corpo difficili da notare. “È una condizione diversa dal tentativo di suicidio”, continua “perché è mosso da un meccanismo che porta la persona ad infliggersi un male fisico per rimuoverne uno psichico, pertanto non ha come obiettivo finale la morte”. È una distinzione importante che orienta l’intervento verso la gestione del dolore emotivo e non necessariamente verso la prevenzione del gesto letale.
Perché una persona si fa del male?
Le motivazioni dietro questi atti sono molteplici. Per molte persone, autolesionarsi è un modo per regolare emozioni intense, ridurre l’ansia, o sentirsi in controllo. Il dott. Bandettini afferma: “procurandosi ferite, tagli, bruciature, sanguinamenti o lividi, la persona cerca di controllare il suo dolore mentale e di gestire la condizione di instabilità emotiva, per paura di scoperchiare un vero e proprio vaso di Pandora.”
Adolescenti e giovani adulti sono particolarmente vulnerabili, specialmente se esposti a contesti di bullismo, isolamento sociale o traumi affettivi. Secondo Bandettini, “il fenomeno è aumentato con la pandemia da Covid-19: prima era presente nel 12-13% degli adolescenti e i giovani adulti, ora la percentuale è salita al 22%.”
Cause dell’autolesionismo
Tra i principali fattori scatenanti vi sono esperienze infantili avverse, come abusi, trascuratezza o esclusione sociale. L’atto autolesivo rappresenta spesso l’unico strumento che la persona percepisce come efficace per affrontare il dolore interiore.
Molti soggetti che si autolesionano presentano disturbi psichiatrici concomitanti. Il dott. Bandettini sottolinea che “l’autolesionismo è fortemente presente nel disturbo borderline della personalità, un quadro psicopatologico complesso dove il trattamento farmacologico non è sufficiente e dove è necessario associare un percorso psicoterapico specifico.”
Tipi e forme di autolesionismo
Esistono due forme di autolesionismo:
- diretto: si manifesta attraverso tagli, bruciature, colpi volontari contro superfici dure o ferite autoinflitte. Le aree colpite sono spesso nascoste per evitare che il comportamento venga scoperto. Spiega Bandettini: “chi ne soffre mette in atto questo meccanismo contro il proprio corpo scegliendo zone difficili da vedere e poco esposte: in questo modo riesce a sfuggire a eventuali controlli da parte di famigliari e amici che rimangono all’oscuro del suo disagio.”
- indiretto: include comportamenti autolesivi meno evidenti, come digiuni prolungati, abuso di sostanze, esposizione intenzionale al pericolo o isolamento sociale.
Come aiutare una persona che si autolesiona
Osservare ferite ricorrenti, l’uso persistente di abiti coprenti anche in estate, cambiamenti nell’umore o nell’isolamento sociale può offrire segnali precoci del problema.
Il primo passo è l’ascolto empatico, senza giudizio. Il dott. Bandettini consiglia: “si tratta di un malessere recondito, che va manifestato, indagato senza timore del giudizio esterno, compreso e affrontato in ambito specialistico.”
È importante evitare reazioni impulsive o colpevolizzanti e favorire un confronto delicato e rispettoso, indirizzando la persona verso uno specialista.
Percorsi terapeutici e supporto professionale
Un trattamento efficace combina interventi psicoterapeutici – in particolare la Terapia Dialettico-Comportamentale (DBT) – e, quando necessario, supporto farmacologico. La DBT, validata scientificamente, aiuta a gestire le emozioni, le relazioni e gli impulsi autodistruttivi.
Il Gruppo KOS mette a disposizione una rete di strutture specializzate per la cura dell’autolesionismo e dei disturbi della personalità, con un approccio clinico multidisciplinare e percorsi terapeutici su misura. Tra queste:
- Villa Azzurra a Riolo Terme (RA), centro d’eccellenza nella Terapia Dialettico-Comportamentale (DBT), pensata specificamente per la gestione del disturbo borderline
- Villa dei Pini a Firenze, che offre programmi integrati in ambito residenziale e ambulatoriale
- Ospedale San Pancrazio ad Arco di Trento, struttura accreditata per il trattamento dei disturbi psichiatrici complessi
- Villa Armonia a Roma, dedicata alla riabilitazione psichiatrica intensiva con équipe multidisciplinare
- Villa Sant’Alessandro, anch’essa a Roma, specializzata in trattamenti per disturbi dell’umore, della personalità e comportamenti disfunzionali.
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